La corte inglese gela Uber, ferie e salario minimo per i suoi “driver”

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 Uber deve versare ai suoi driver, i suoi autisti, un salario minimo. E garantire loro ferie e riposi pagati. Se non tutti, buona parte dei diritti che le aziende riconoscono a un lavoratore dipendente. Lo ha stabilito venerdì il Tribunale d’appello del lavoro di Londra, con un sentenza che rischia di distruggere il modello economico della startup della mobilità, basato sul presupposto che chi guida le sue auto nere sia un autonomo. E invece la corte londinese respinge l’appello e conferma la sentenza di primo grado. I due autisti che hanno fatto causa a Uber sono “workers”, una fattispecie giuridica a metà tra l’autonomo e il dipendente. Che di quest’ultima figura eredita parte dei diritti.

Per il momento la startup americana è salva, visto che la sentenza non è immediatamente applicativa a livello nazionale. Eppure alla luce di questa decisione è probabile che molti altri dei sui 50 mila driver inglesi le facciano causa. A quel punto far quadrare i conti diventerebbe molto difficile nel Regno Unito. Senza contare la possibilità che anche gli autisti di altri Paesi europei provino ad avanzare le stesse rivendicazioni. Alla startup però restano ancora delle vie legali da seguire: ha annunciato che presenterà ricorso, potrebbe rivolgersi alla Corte d’Appello oppure direttamente alla Corte Suprema inglese.

La società ha sempre sostenuto che i suoi guidatori sono lavoratori autonomi, niente più che un’evoluzione digitale degli autisti che da decenni operano nel Regno Unito (paragonabili ai nostri Ncc, i servizi di Noleggio con conducente).

In fondo, possono accendere o spegnere l’app quando vogliono. “La maggior parte dei tassisti e degli autisti di noleggio privato sono stati considerati, per decenni, lavoratori autonomi, molto prima che la nostra app esistesse”, dice Tom Elvidge, general manager di Uber nel Regno Unito. “Nel corso degli ultimi anni abbiamo migliorato la nostra app per garantire agli autisti un maggiore controllo”. Per la giustizia inglese invece, almeno per ora, ad essere dirimente è il fatto che sia la società tecnologica, attraverso l’algoritmo che mette in contatto passeggeri e autisti, a fissare tempi e luoghi del loro lavoro. Una questione che impatta su tutto il mondo della gig-economy, l’economia dei lavoretti, a cominciare dai fattorini delle consegne a domicilio.

Accanto a questa battaglia legale, nel Regno Unito, uno dei suoi principali mercati, Uber sta combattendo anche quella con la città di Londra, la cui Autorità per i Trasporti ha deciso di non rinnovare la licenza citando la mancanza di trasparenza e gli scarsi controlli sugli autisti. Il blocco è sospeso in attesa dell’esito del ricorso presentato da Uber, che potrebbe richiedere diversi mesi.

 

Fonte: repubblica.it

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