17 ore ogni giorno inchiodati sulla strada: vita da camionista

camionautostrada

La maggior parte della categoria formata da aziende monoveicolari. Controlli quasi del tutto assenti. La legge impone delle ore prestabilite per guida e riposo ma nessuno le rispetta

PALERMO – Gianluca ha 24 anni e a 19 ha guidato il suo primo camion, da solo, dalla Sicilia sino alla Francia. Il suo nome è inventato ma la sua storia no. Voleva fare il camionista perché i grandi mezzi erano la sua passione. Marco, invece, ne ha 26 e si occupa di trasporti a livello regionale.

Di vite come la loro, sulle strade, se ne incontrano tante, diverse l’una dalle altre ma tutte accomunate da un lavoro che pesa sulle loro schiene e su quella delle loro famiglie.

Fare il camionista in questi ultimi anni non rappresenta più uno status symbol da sette milioni delle vecchie lire: significa stare inchiodati davanti a una strada anche per 17 ore al giorno, significa non rispettare la legge dello Stato perché quella del mercato non perdona.

Gianluca, però, ha deciso di abbandonare, almeno per un po’, questo mondo “fatto di ingiustizie, di cose sbagliate e di troppi incidenti. Il sonno – racconta Gianluca – è il nostro peggior nemico.

La legge impone delle ore prestabilite per la guida e per il riposo, ma nessuno può rispettarli. Se arrivi tardi a consegnare la merce, la colpa ricade solo sugli autisti. All’estero, invece, si devono rispettare per forza gli orari e le pause”.

Il regolamento Ce n. 561 del 2006, infatti, impone agli autotrasportatori di guidare per nove ore, con un intervallo di 45 minuti dopo quattro ore e mezza, e un riposo di undici dopo le ore di guida. L’intervallo di guida giornaliero può tuttavia essere esteso fino a 10 ore ma non più di due volte nell’arco di una settimana.

“L’orario di lavoro – spiega Maurizio Diamante, coordinatore nazionale Merci e Logistica della Fit Cisl – è suddiviso in ore di guida, previste dal Codice della Strada, e ore di impiego, stabilite attraverso l’Accordo sindacale di deroga, previsto dal Contratto collettivo di lavoro.

All’interno ci sono i tempi di riposo che devono essere obbligatoriamente rispettati per permettere all’autista di avere il suo recupero psico-fisico.

Il problema in Italia – continua Diamante – sta nel fatto che ci sono poche aziende strutturate che hanno fatto gli Accordi e rispettano la legge: la maggior parte della categoria è formata da aziende monoveicolari o di piccolissime dimensioni.

È in questo contesto dove riscontriamo la maggioranza delle violazioni di legge e di conseguenza sui rapporti di lavoro”.

L’organizzazione del lavoro dovrebbe essere sottoposta a verifiche da parte delle Forze dell’Ordine tramite i dischi di controllo. In questi fogli di registrazione viene inserito il nominativo dell’autista, la targa del camion, il luogo e la data di partenza, quelli di arrivo e i rispettivi chilometri.

Non tutti però, anzi, quasi nessuno, ne tiene conto.

“Un elemento da sottolineare – riferisce Michele Diamante della Federazione italiana trasporti – è che molte aziende straniere fanno cabotaggio in Italia non rispettando nessuna regola e cercando di evadere ogni controllo.

È però vero che la percentuale dei controlli rispetto alla massa viaggiante non è adeguata e permette sistematiche violazioni”.

La soluzione sarebbe mettere due autisti per i viaggi lunghi ma i costi sono troppo elevati e le aziende non possono permetterselo. Il punto di vista dei sindacati, a proposito, è netto e deciso “Siamo assolutamente convinti che solo attraverso l’attuazione delle norme – conclude Diamante – si possa dare una piena tutela all’autotrasportatore.

Il rispetto della normativa, per noi, significa sicurezza, uno dei temi più importanti oggi sul tappeto: è dagli autisti che deve partire il primo grande monito per il rispetto della legalità”.

Fonte: qds.it

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*